Dormire o vegliare... non è uguale!

11a Domenica del Tempo ordinario (Anno B)
Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34
«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Questa bellissima (e cortissima) parabola che ci è giunta solo grazie all'evangelista Marco, ad una prima lettura, potrebbe indurre al disimpegno, quasi facendo proprio il motto «Relax! Take it easy». Nel senso che - visto che il Regno cresce e si sviluppa comunque da sé, qualsiasi cosa uno faccia - è inutile preoccuparsi e affannarsi...
E' vero che il primo messaggio che Gesù ci vuole mandare con questa piccola immagine del seme è la forza intrinseca e misteriosa del Regno (che cresce e si sviluppa anche senza il nostro intervento, anzi, a volte nonostante noi), ma ciò non significa che dormire o vegliare sia indifferente. D'altronde lo si capisce anche dal contadino della parabola: «quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce». Può aver anche dormito lungo l'inverno, in attesa che quanto seminato crescesse da sé, ma ora che i frutti sono pronti non bisogna tardare a raccoglierli! D'altronde, anche chi non si intende di agricoltura, sa bene che qualsiasi frutto che raggiunga lo stadio di maturazione  - se non viene raccolto e mangiato per tempo - non può avere altra sorte che cadere dalla sua pianta marcio e andare perduto irrimediabilmente.
Non possiamo dimenticare che il Vangelo di Marco inizia così:
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,14-15).
Il Regno è vicino (anzi, letteralmente, in greco il verbo al perfetto equivale quasi ad un presente: «il regno di Dio è giunto, è qui»), proprio perché non ha aspettato la conversione dell'uomo e non dipende certo dalla sua santità (se Cristo avesse dovuto attendere la buona disposizione dell'umanità e la disponibilità ad accoglierlo, staremmo ancora attendendo la sua Incarnazione).
Ma proprio perché adesso è qui non si può continuare a fare come se niente fosse!
Il Regno ha sì una forza incredibile di crescere e svilupparsi nonostante l'opposizione del mondo (e ciò ci consola), ma non può arrecarci nessun bene se noi non siamo svegli e pronti ad accoglierlo (e ciò ci deve intimorire). E non c'è bisogno di andare a scomodare la parabola delle dieci vergini in Matteo (25,1ss) per capire che se non si è svegli e scattanti il "treno" del Regno passa inesorabilmente senza che noi possiamo salirvi, perché anche Marco ha un intero capitolo in cui Gesù insiste sulla necessità di vegliare, e termina proprio con «Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (Mc 13,37).
E' il mistero della libertà che Dio ha consegnato nelle mani dell'uomo: Dio desidera con tutto se stesso salvarci e introdurci nel suo Regno, ma non ce lo vuole imporre. Sta a noi accogliere a piene mani questo frutto maturo che Dio stesso ha piantato e fatto crescere, senza alcun nostro merito.
Torna ancora alla mente - e ci fa bene ripeterla - la frase di Sant'Agostino che esprimeva tutto il suo timore di non essere pronto e scattante alla chiamata del Signore che passa: «Timeo Jesum transeuntem» (Serm. 88, 14, 13).
Il Regno ormai è cresciuto e i suoi frutti sono continuamente presenti e a nostra disposizione. Non è certo il tempo di dormire, ci dice san Paolo:
«è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti» (Rom 13,11). 

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