Grazie, Signore, per quello che hai dato agli altri invece che a me

Oggi la nostra Chiesa di Bergamo festeggia il suo Patrono secondario: San Gregorio Barbarigo.
Il ricordo della sua figura austera - studiata negli anni della Teologia del Seminario - mi ha sempre un po' "distanziato", proprio come il suo modello ispiratore (San Carlo Borromeo, questi conosciuto meglio nei sei anni del mio servizio nell'Arcidiocesi di Milano).
Ma la lettura che ho scelto di meditare stamattina prestissimo durante la preghiera dell'Ufficio di Letture del Breviario, mi ha illuminato la giornata, e quindi voglio condividere questa Grazia.
In particolare il concetto che ho riassunto nel titolo: la capacità di ringraziare sinceramente Nostro Signore per i doni fatti al nostro prossimo anziché a noi.
Credo sia una capacità spirituale quasi "impossibile" da raggiungere, per noi abituati ad un continuo confronto "assassino" su tutti i fronti. Noi viviamo perennemente in competizione, in tutti gli ambiti. Ma non una competizione sana, fatta di imitazione delle virtù altrui, quanto piuttosto di una contrapposizione che si nutre dal salire con entrambi i piedi sugli sbagli degli altri come su un piedistallo da cui "gigioneggiare", baldanzosi e boriosi, convinti che basti essere un po' meno peggio degli altri per potersi vantare. E divorati dall'invidia di quanto gli altri hanno (a nostro modo di vedere) in modo immeritato rispetto a noi.
In questa pagina invece appare un'anima bella, davvero bella, e sinceramente amante della presenza dei Carismi dello Spirito, anche quando questi non sono di proprietà esclusiva nostra, ma addirittura dati ad altri che a noi.
Tutte le creature, o mio Dio, ti lodino e ti benedicano... Ti benedica la mia volontà, compiacendosi solo in Te.. Esulto nel vedere il mio Dio, nel vedere l’allegrezza con la quale opera in tutte le cose, in me, nel mio prossimo, in tutto il creato.
Ti ringrazio, Signore, di quei doni che hai posto nel mio prossimo. Molto meglio che averli dati a me. Io me ne sarei, Signore, servito male...
Fa’, Signore, che questa mia contentezza non sia vana, ma fruttifichi nelle opere - che io riponga la mia gioia, Signore, nel servirti sempre - che non mi compiaccia più di nessuna cosa creata, ma solo di Te.
Ma di più, Signore, fai che tutti Ti servano, tutti Ti conoscano...
Che io Ti serva con i fatti. E questo sempre, sempre: non vi sia mai un momento in cui non ti serva: e ciò senza esitazione, volentieri, gioiosamente, “non con tristezza, né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7)...
Consideravo l’amore di Dio verso di me, che ben vuole ch’io mi abbandoni alla divina Provvidenza. Nella generazione del Verbo ha avuto anche per oggetto me. E, ancora, io fui parte di quell’oggetto per cui spirò lo Spirito Santo. O amore di Dio grande! O dignità grande mia! Godiamo di un così grande amore. Compiacciamoci di tanta bontà.
Diamo a Dio, tutto a Dio! Muoia il mio intelletto nella sua sapienza, la mia volontà nella sua bontà, le mie opere nella sua potenza.
Sì, vivi Tu solo, Signore, e dona questa grazia al mio intelletto, che non pensi, se non a Te. Contempli Te. Cerchi soltanto i mezzi per amare Te. Muoia il mio intelletto nella tua divina sapienza. La mia volontà nella tua, le mie opere nelle tue. E d’ora in poi la tua sapienza regga il mio intelletto; la tua bontà, la mia volontà; la tua potenza, le mie azioni.
La mia orazione non sia altro che uno sguardo amoroso alle tue opere, al tuo amore verso di noi, tue creature, ai tuoi benefici per non aver poi altro che compiacersene. 
Dagli appunti del diario spirituale di san Gregorio Barbarigo in data 11 gennaio 1676 (cfr. “Pensieri e Massime”, a cura di don C. Bellinati, Padova 1962, pp. 271-274)

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