A scuola di vita... da maestra morte!

13a Domenica del Tempo ordinario (Anno B)
Sap 1,13-15. 2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43


Tra le tante letture preparatorie alla predicazione per questa domenica, ho letto - come di consueto - il commento di Padre Ermes Ronchi, che mi fa sempre tanto bene. E parto da alcune frasi della sua meditazione per sviluppare il piccolo pensiero che voglio condividere qui.
... (Gesù) prende con sé i tre discepoli preferiti, li porta a lezione di vita, alla scuola dei drammi dell'esistenza, vuole che si addossino, anche per un'ora soltanto, il dolore di una famiglia, perché così acquisteranno quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, la sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c'è molta più “Presenza”, molto più “cielo” presso un corpo o un'anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi... Il luogo dove Gesù entra non è solo la stanza interna della casa di Giairo, è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce: l'esperienza della morte, attraverso la quale devono passare tutti i figli di Dio. Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. Lo farà per essere con noi e come noi, perché noi possiamo essere con lui e come lui. Non spiega il male, entra in esso, lo invade con la sua presenza, dice: «Io ci sono».
Ecco, questi passaggi mi danno il "la" per partire con la mia riflessione.
Può la morte insegnarci qualcosa? Non è un'affermazione spudorata?
Eppure, noi credenti in Cristo, non abbiamo altra Via da seguire se non quella di Gesù. Come si comporta Gesù di fronte alla morte?
Senz'altro non la prende come un gioco. Potrebbe tranquillamente sbeffeggiarla, con le parole che dirà Paolo nella sua lettera ai Corinzi: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,54b-55), ma non è ancora il tempo glorioso della sua Risurrezione vittoriosa. Prima deve venire la Croce. E la Croce non è solo quella piantata sul Calvario, ma quella che ogni giorno Gesù porta nel cuore caricando sulle "spalle" del suo cuore le ferite di tutta l'umanità, e facendole proprie. Gesù sa che non potrà affrontare la sua Croce se prima non avrà fatto sue tutte le croci dei suoi fratelli più piccoli!
Ecco perché vuole avvicinarsi alla bara del figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17) e si lascia "schiacciare" da un dolore che non era suo: «Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere!"».
Ecco perché non ha paura di mostrare a tutti il suo dolore lancinante di fronte alla tomba del suo più caro amico, Lazzaro:
Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!» (Gv 11,33-36)
Quando ero un giovane studente del liceo ho affrontato - per la tesina di maturità - il tema della morte nel mondo antico, dalla filosofia greca a quella latina, al pensiero cristiano... Epicuro la risolveva con nonchalace dicendo: «non c'è nulla da temere della morte, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, e - viceversa - quando c'è la morte non ci siamo noi». Quanto sia stupido questo pensiero si dimostra ricordando ad Epicuro che non è tanto e primariamente la nostra morte che ci ferisce, ma quella che ci circonda ogni giorno, quella dei nostri cari, quella delle piccole o grandi "morti" che affrontiamo ogni giorno.
Seneca, in ambito latino, portabandiera dello stoicismo, consigliava ogni giorno di prepararsi alla morte, non scacciandone il pensiero. E questo è positivo, e può andare bene. Ma il nocciolo della filosofia stoica è il raggiungimento di uno stato di apatìa che ti permette di non farti turbare da nessuna emozione, positiva o negativa che sia. Ecco, di fronte a questo oso dire: meglio soffrire tutta la vita, per le gioie e i dolori, che diventare un pezzo di ghiaccio!
Anche noi, come Gesù non possiamo restare impassibili di fronte alla morte, e a tutto ciò che la richiama, come le ingiustizie, il dolore innocente di bambini esposti ogni giorno al pericolo di morire...
Per questo è importante che anche noi - da credenti cristiani - ci lasciamo prendere per mano da Gesù, come Pietro, Giacomo e Giovanni, e ci lasciamo condurre nella stanza del dolore più assurdo: quello di due genitori che non accettano e non potranno mai spiegarsi la morte della loro piccola di dodici anni.
Ringrazio il Signore che i miei genitori mi abbiano sempre portato, fin da piccolo, a recitare il Santo Rosario nelle case dei defunti del mio paesello di montagna. Certo, che fatica per loro cercare di rispondere alle mie domande da bambino: «ma perché non si muove? Ma dorme? Ma quando si sveglia?». Però è così che è cresciuta la mia fede!
Oggi le famiglie tengono lontano con orrore dai loro bambini e ragazzi il pensiero e la vista della morte... ma con quale conseguenza? Che quei figli, crescendo, se ne costruiranno un'idea distorta, cercheranno di trovarne il senso sui libri (magari di filosofia), oppure - quel che è peggio - perderanno totalmente il senso sacrale della vita, perché - abituati agli spettacoli violenti della TV e di internet - si abitueranno a pensare alla morte come qualcosa di casuale, di banale, che può avvenire anche per futili motivi... e arriveranno a pensare al suicidio come una via possibile quando il non-senso avrà "asfaltato" il loro cuore...
Spesso mi capita di controbattere a chi dice «io spero di morire di colpo, senza accorgermene, magari di notte mentre dormo»: «io no! Chiedo ogni giorno al Signore la Grazia di essere cosciente e presente, di vivere ogni singolo attimo del mio andare incontro alla morte, come il momento più alto e denso della mia vita!». Nel mio ministero di prete, sono proprio le persone che ho accompagnato alla morte e ho visto morire così, pienamente in sé, che mi hanno edificato e accresciuto nella fede. Perché mi hanno fatto vedere e toccare che davvero Cristo ha vinto la morte non rendendola ridicola, ma elevandola al momento più alto e significativo della vita. Cristo ha vinto la morte passandoci attraverso, prima nelle morti dei suoi fratelli più piccoli, e poi nella sua stessa morte. Ci ha mostrato come la morte che «è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (come dice l'ultimo versetto della prima lettura di oggi, Sap 2,24) Dio l'ha trasformata nella porta per rientrare nella Vita. E questa volta per sempre.
Ma se vogliamo entrare nella casa di Dio, non si entra per la finestra o per il camino... si entra per la porta!
Ecco perché dobbiamo imparare, giorno per giorno, come San Francesco d'Assisi, a chiamare la morte "nostra sorella"... e anche "nostra maestra".

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